Giorgio Tentolini, classe ‘78, è un artista contemporaneo italiano che ha rivoluzionato il concetto di ritratto e scultura bidimensionale. Riconosciuto a livello internazionale, il suo lavoro si contraddistingue per la tecnica della stratificazione di materiali industriali, come rete metallica, tulle, carta o PVC, con cui realizza immagini che indagano la memoria, il tempo e la labilità della percezione umana. La mostra, il cui titolo riflette sulla concezione di prigionia emotiva, presenta una selezione di opere che indagano sulla consistenza della realtà nell’era digitale. Lo sguardo dello spettatore viene intrappolato nella trama della rete metallica creando, grazie al meticoloso gioco tra luci e ombre, un dialogo introspettivo. Alcuni soggetti che l’artista raffigura nelle sue opere sono attinti dall’iconografia della statuaria greca e romana con l’intento di creare immagini eteree e nebulose che materializzano la fragilità del ricordo. In altre invece, più recenti, riflette sull’alienazione digitale e sull’Intelligenza Artificiale usando la rete fisica come metafora della rete informatica, che intrappola e ridefinisce le nostre identità.

Pagan Poetry è il titolo di uno dei progetti realizzati da Giorgio Tentolini, in cui realizza opere con rete metallica o tulle tagliati a mano e stratificati su fondali colorati o bianchi. Queste opere riproducono in modo suggestivo figure ispirate alla statuaria classica e dialogano con il concetto di bellezza ideale dell’antichità.

Il titolo stesso richiama l’idea di “poesia pagana”, ovvero un’immagine del sacro e dell’estetico distante dalle iconografie religiose tradizionali, ma radicato nel mito e nelle forme classiche. Quest’ultime diventano simboli per indagare l’idea di canone estetico e la sua trasformazione nella cultura visiva odierna, confrontando idealità antiche con nozioni moderne di identità e immagine. L’artista desidera fortemente che gli osservatori dei suoi ritratti attraversino il sottile confine tra la bidimensionalità e la tridimensionalità, come un pellegrino che attraversa le porte del tempio per ammirare una statua creduta divina.

Il termine Eídōlon in greco significa immagine, forma o simulacro. Nel pensiero classico indicava un’apparizione o un’immagine incorporea, qualcosa che somiglia alla realtà ma non è realmente ciò che rappresenta, come un’ombra o un fantasma.

Tentolini utilizza questo concetto per riflettere sulla fragilità e ambiguità dell’identità visiva odierna, soprattutto nell’era dei social media e dell’intelligenza artificiale, dove i volti e le immagini diventano simultaneamente familiari e inafferrabili. Nel progetto Eídōlon, l’artista si avvale dell’intelligenza artificiale per generare volti che non esistono realmente poiché creati da algoritmi, ma che allo stesso tempo appaiono plausibili e veritieri.

Il progetto In too deep si incentra sul rapporto rete, immagine, identità e intelligenza artificiale e rappresenta un’esplorazione visiva e concettuale dei modi in cui percepiamo volti e immagini nell’era digitale.

Il titolo In too deep rimanda sia alla sensazione di essere immerso troppo in profondità nel flusso di informazioni del web sia a concetti come deep learning e deepfake legati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. I volti raffigurati sono simulacri visivi creati sommando caratteristiche estratte dal web, infatti, sono progettati per apparire familiari pur non essendo legati a identità concrete. Gli occhi spesso appaiono chiusi o enigmatici, come gesto di resa o di rifiuto alla tirannia mediatica, ossia alla continua richiesta di vedere, guardare e consumare immagini in movimento e in sequenza. In questo progetto l’uso della rete è uno strumento metaforico per indagare fenomeni contemporanei al fine di interrogarci sul modo in cui determinati processi influenzino la nostra percezione di realtà, identità e autenticità.

Quando distogliamo lo sguardo dal nostro dispositivo lo schermo diventa uno specchio nero che ci restituisce una copia fantasmatica di noi stessi. Questo doppelgänger è ciò che resta della nostra identità digitale: è etereo e solo parzialmente sovrapponibile con ciò che siamo nella vita reale, eppure è ormai l’immagine che più contribuisce a creare l’idea che gli altri hanno di noi.

Il progetto No-one è tra i più riflessivi e concettualmente densi dal momento in cui si incentra sul tema dell’identità nell’era digitale e sulla complessità dell’essere e apparire nella società contemporanea. Il titolo evoca direttamente la sensazione di anonimato, molteplicità ed evanescenza dell’identità nell’epoca dei social media, dove spesso emerge il conflitto tra il sentirsi unici e il sentirsi irrilevanti. Questa riflessione richiama l’idea filosofica di essere “uno, nessuno e centomila” ispirata all’opera di Pirandello, cioè alla difficoltà di mantenere un’identità singolare in un ambiente che ne propone sempre di nuove e molteplici.

Se con l’immersione nella realtà virtuale diventa ancora più difficile la creazione di un’identità unica, il sentiero di fuga dalla molteplicità/assenza ci conduce a una dissociazione a volte confortante.

Il titolo Derealized richiama il concetto clinico di derealizzazione, un disturbo psicologico in cui l’individuo percepisce il mondo circostante come distaccato, irreale o artificiale, un fenomeno che, nell’era digitale, assume anche valenze metaforiche legate alla nostra esperienza visiva e identitaria nell’ambiente virtuale. L’artista raffigura primi piani di modelle forgiate dall’intelligenza artificiale, stratigrafie sovrapposte, chimere telematiche con un patrimonio genetico esteso quanto tutto lo scibile umano. Non volti viventi, dunque, ma interpretazioni di un algoritmo che trasforma in una rappresentazione (almeno parzialmente) solida. Le sue bambole sono battezzate con il termine “Algor.”, ossia l’abbreviazione di “algoritmo”. Un aspetto particolarmente curioso è che algor in latino significa freddo, per questo motivo nelle sue opere non vi è calore familiare: nessuno può riconoscere quei visi, né quei volti sono in grado di riconoscere ciò che li circonda, perché sono imbambolati, derealizzati.

Éclectique riflette l’idea di eclettismo come coesistenza di linguaggi, tempi e immagini differenti. Nella ricerca artistica di Tentolini, l’intelligenza artificiale diventa uno strumento per generare visioni molteplici, che la rete metallica accoglie, seleziona e ricompone in un’unica presenza.

L’opera nasce così dall’incontro tra artificiale e umano, tra scelta e possibilità, trasformando la molteplicità delle immagini in una forma unitaria ma aperta.

Nel progetto Youth, la giovinezza non è semplicemente una fase anagrafica, ma una metafora della vulnerabilità e della costruzione identitaria.

Generalmente i modelli interpretano costantemente un ruolo, quello del canone di bellezza ricercato. Tentolini, nel corso della sua carriera, ha potuto mirare e ammirare la tensione di molti giovani nel tentativo di diventare il volto di un paradigma e ha preferito bloccare in un’istantanea, tramite teleobiettivo, l’attimo in cui i modelli tornavano umani, dopo aver assunto la responsabilità di rappresentare l’aspetto del presente. Questa ammirazione per i giovani, che si insinua tra il platonico e il filiale, è la spina dorsale di questo progetto.