Klessidra | Lumaca. Classico. Contemporaneo.

KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO

La sua la possiamo considerare una trasmutazione, una translitterazione immaginaria, fatta da un moderno che non copia, non si identifica, non regredisce, ma compie un fantasioso (filologico e innovatore) viaggio all’indietro, fino a un certo Rinascimento, o meglio a un certo Manierismo, scelto come punto di forza per un dialogo contemporaneo, come avviene quando si stabilisce un’affinità elettiva che non è diacronica, ma acronica, come un innamoramento, un’intuizione che comprende la razionalità, ma la coniuga con l’emozione, nell’alto senso di comprenderne i tratti di una attualizzazione confidenziale ma, nello stesso momento, di misura, di forma, di tecnica, di stilistica. La poetica di Riccardo Lumaca fa sintesi, dinamica, del concettuale e del gestuale, nella forma di una tradizione del nuovo, che interpreta i due termini di tradizione e di nuovo come di una conspiratio che non è solo possibile, ma “necessaria”, in una concezione continua/discontinua, verso il futuro, eretica nei confronti delle avanguardie storiche, portandosi dietro, davanti e tutt’intorno la ricchezza della storia, ma senza alcun dogma storicista di determinismo e ripetizione, bensì come strutturazione mentale, di tipo leonardesco, di un invisibile che è in mezzo a noi, non come fantasma disturbatore e inquietante, ma, piuttosto, come “ramo d’oro” dell’intelligere.

La tradizione manierista appare nella sua pittura come una grande riserva di stimoli sensibili e intuizioni mentali, ad una ricerca che ad ogni punto non vada a capo e cominci da zero, come in Marinetti, Tzara soprattutto, ma come un continuo apparire di albe e tramonti, dove il simile non è identico, ma è ricchezza di un alfabeto, di un codice visibile e invisibile, che è soprattutto atmosfera, quindi vita. Il nuovo, per lui, non è un altro da sé: appartiene allo scorrere del tempo, che non è solo cronos, ma soprattutto bios, emos, poiesis, intellectus, in una dialettica di immagini in cui il passato torna sotto forme a estasi sincronica, come contemporaneità che è affinità elettiva, nobiltà d’animo e non (come tanti erroneamente credono) la parte più vicina a noi della modernità. Un nodo di essere nella discontinuità, senza sacrificare le genealogie: era il suo mantra, la sua ragione d’essere, come venne compresa da Carmine Benincasa e Cleto Polcina, che me lo fecero conoscere, nella sua umanità tanto discreta quanto forte e prorompente. Da allora — erano gli ormai geologici anni Ottanta — ci siamo accompagnati per tutto il tempo della sua vita terrena. Lui è sempre con me, nella forma degli scritti che gli ho dedicato e nell’immagine plurale di due opere fotografiche che stanno nella mia casa romana. Di lui si è fatta una bella mostra, nella sua Parma: un evento fantastico, in cui emerge tutta la sua forza espressiva e la sua “taciturna” capacità di attraversare stili e poetiche, ogni volta trovando e ritrovandosi.

KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO

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