Barocco. Barocco. Barocco. Di una primavera estate del ’25. A Roma. È il vero “dio” della moda, volto scoperto del nostro tempo, nella sua morfosi continuamente meta, nel sempre oltre senza badare a limiti e confini, del duo Dolce e Gabbana, che interpretano il sogno di gloria, che si trova nelle stanze segrete di tutti, ma proprio di tutti, anche di coloro che dicono di non seguire la moda, adducendo una classicità inesistente o un francescanesimo di parata. Loro due sono stati i primi, dopo il rapido abbandono della vita di Gianni Versace, a seguire una strada che viene dal “sud della mente”, dove si scontrano le calure del meriggio, sempre estivo, anche quando il calendario declina i giorni della merla, dove stemmi, canti e processioni si confondono con lo spirito bacchino ed erotico, che ha portato i due baroni tedeschi, Von Gloeden e Von Pluschiov, a fondare la Taormina delle divinità campestri, delle feste di Cibele e di Demetra, con i culti orgiastici di Sileno e Pan; l’avevo già notata nella tornata siracusana, quando i due della premiata D&G, s’inebriarono e ci fecero inebriare delle nudità velate e delle paramentalità ostentate di Lucia, che alberga bene nel tempio di Minerva. La parallelità delle sfilate che echeggiano il sacro /separato, senza mai dileggiarlo, come in una scena filmica gattopardesca, alla portata di Roma, senza più l’ansia della distanza, perché appunto il luogo è raggiunto. E il luogo è quello in cui Borromini, Bernini, Caravaggio e Artemisia, s’aggirano per le strade e piazze, senza dare nell’occhio, come fossero uno (vorrei dire uni, ma mi fermo per il troppo azzardo) di noi.


Mentre presi dal caldo siamo portati a mollare la presa, come non possono fare quelli che sono obbligati dalle loro nobiltà e infatti le orecchie sentono quello che i muti dicono, “noblesse oblige”. È l’Italia, “ragazzi”, la sua storia di aquile e cornacchie, i suoi travestimenti carnevaleschi che hanno maschere oblique, da Giufà in Sicilia, a Pulcinella a Napoli, a Pasquino tonante in Roma, ad Arlecchino in Venezia, mentre si girano e guardano stizziti, il reggitor Cagliostro e l’amator Casanova. Tutto questo nella romanata di D&G, forse no, perché c’è dell’altro, tanto altro, che però non è assoluto, ma legato da una fascinosità che avvolge il rito e il mito con un velo trasparente, quanto resistente, perché la modernità è eclettismo per eccellenza, con corporalità avvolta da un grande odorato, viscerale, saturnale, ma anche da tanto dionisismo, rianimante, degno di Profumo di Susckind, che è quello che ci vuole per affrontare l’eterna crisi, che non vuole mai passare e anche quando passa, rimane nelle paure, quasi incubi, del giorno e della notte. C’è una maieutica, in questa mostra, una chiave di volta che fa vedere e fa toccare e annusare, destando gli spiriti originari della vita anche fra orologi in fretta, di questo presente di infinito barocchismo, che fa del lusso una prova della essenza d’”eterno”.
KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO

