Oggi è tutto Valentino. Immenso. Splendido. Splendente. Ma un giorno, nei mitici anni ottanta, c’erano tante cose, oltre alla nascente struttura del fulgente, ma ancora, Valentino Garavani. L’American Express, la mitica Galleria Apollodoro, di Paolo Portoghesi (con cui ho fatto mostra a Palazzo Reale di Milano e volume Mazzotta, Il Mondo delle Torri) e la criptica Galleria Due C, che erano Carmine Benincasa e Cleto Polcina. Di questi oggi voglio parlare. Appartengono alla mia giovinezza, anche alla mia formazione linguistica, oltre che al mio, ancora attuale, atteggiamento stilistico e interpretativo delle opere d’arte, nella specifica individuazione della differenza, tra l’originario della storia dell’arte e l’originale della attualità dell’arte. La piazza di Roma, in questione, è Piazza Mignanelli a due passi da Piazza di Spagna, a specchio con il palazzo che è stato della Santa Inquisizione. Dicevo, Carmine e Cleto, una coppia ardita, ben scelta, il primo per raffinatezza culturale, il secondo, per capacità di relazione e di organizzazione. Due C, divenne un segno di distinzione e stile, con una fucina di mostre, di edizioni, d’iniziative, continue, capaci di tenere desta l’attenzione nazionale, in Italia e nel mondo, senza esagerare, con la valorizzazione di artisti come Cucchi, come Lumaca, per operazioni come quella di Mario Schifano, di Andrè Masson, Joan Mirò e Roland Barthes. Insomma, un vero protagonismo di cui si avvertiva il calore e lo sfarzo e di cui oggi si sente l’assenza, con il coinvolgimento di spiccate figure come quella di Cecilia Fanfani, Maria Camilla Pallavicini Rospigliosi, Vincenzo Scotti.
Una vera stagione di protagonismo che vide tra le altre, una fantastica mostra di Paul Klee, con esegesi di Carmine, che resta come pietra miliare nella storia della critica non solo in Roma, Urbe Condita, ma coinvolgendo anche Milano, con il lacaniano Secondo Rinascimento e la dinamica rivista Spirali, entrambe fucina di idee, linguaggi, stilistiche, della figura eclettica, ma guizzante di Armando Verdiglione e sua moglie Cristina De Angeli Frua. Sembrava che la festa fosse infinita, ma poi una malattia fece fuori Cleto Polcina, fine anni ottanta, subito dopo un viaggio che avevamo fatto insieme, nel nostro Jet privato, da Milano a Roma (perché aveva dimenticato la carta d’identità) per andare da Markus Lupertz, a Dusseldorf e poi le nubi si addensarono sulla biografia di Carmine Benincasa e di Armando Verdiglione. Ma di questo non voglio parlare, perché appartengono alla loro sfera privata e ognuno porta la propria pena. Di Cleto e di Carmine, che se n’è andato nel torrido agosto del 2020, ho nostalgia, non solo perché sono gli anni degli azzardi, delle chimere, delle assurdità vissute, ma perché testimoniano che chiunque scriverà la storia, una virgola per noi dovrà vergarla ed io in questo scritto epigrammatico, paradossale, perché non ironico, lo sto facendo, rendendolo una testimonianza. A loro merito rimane ascritto il percorso verticale di Salvatore Emblema che Carmine e Cleto, sostennero e Argan consacrò sull’Espresso, con un puntuale e stringente: Dipingere?…. Meglio detessere!!!
KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO