Gilgamesh incontra Urvasi e così annulla ogni forma di archeologia del passato, ogni chimera del futuro. Tutto è! Gino (De Dominicis) vede nell’immaginario della mente, per due terzi divino (in ogni caso, imperscrutabile e simbolico) per un terzo umano (speculare ed enigmatico) e cerca la strada che dalla mortalità, porta all’immortalità. La trova e con essa procede. La ricorda e con essa convive. Ne fa opera e con essa factura. La nomina e con essa fa suono. La tocca e ne trova tesoro. Così per tutto un tempo, per tutto il suo tempo. Nome, per lui, è Nume, è Uruk. Paesaggio è Gaia, è Giardino. In esso, c’è anima concreta: argilla, sabbia, fango. C’è anima astratta: sogno, immagine, visione. Leonardo (da Vinci) nei Principia dice che tutto è indefinito, mutevole, come fossero reali diversi, occhi diversi: onde e delfini, nuvole e cavalli, fulmini di vita, oscurità d’ignoto. Arte è artificio, unica, unico, impressione, fenomeno, invisibile noumeno. Apparizione e novità. Memoria e archè. Topos è lirium. Logos e delirium, tradotta di segni e congegni, perché selva diventi giardino, urbe, viaggio, vero non vero, vero più vero del vero; oppure, ombra da ombra, nero più nero del nero, un nulla.

Così, nasce il vento del tempo, invisibile, inviso a gioie, troppo brevi e dolori, infiniti e dannati. Al terzo occhio, che sa contare, uno, due, tre. Un terso che terge e strugge, logos nel topos e topos nel logos, di un universo che incarna e contempla, una spia del caos, che è cosmos profondo, del caso che è di sicuro, destino. Un incontro fatale, tra filtri del corpo e mente dell’opera, osservata e a sua volta osservante. Penso a Gino e mi viene in mente Paul. Per i misteri e gli arcani delle associazioni mentali. De Dominicis e Valery. Lontani, vicini, opposti e sovrapponibili; ma come, non so, non vedo, non sento. Fantasmi di mente che vendo al mercato, li stendo, li fingo, li metto in altare come soluzione due, d’immortalità, di cui non si poteva parlare, se non dopo l’ora del the. Vestito di nero, nella Roma d’agosto e nei mesi di sempre; tanto, tutto è circolo, anulo che sente Uroboro, qui impregnat se ipsum, maritat se ipsum, interfacit se ipsum, perché “Roma è stata fondata dai Sumeri”, come i cervi che volano, le sfingi che svolgono oracoli. Perché tutto è sogno.

KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO