Incipit. Il nome della galleria (deposito/galleria, per meglio dire) giustamente altisonante, “Framart Studio”, dopo essere stato più sommessamente “Studio Incisetto Numerico”, sito in un fascinoso e decadente ex ospedale psichiatrico, adiacente ad una villa abbandonata e inquietante, che si diceva (ma chissà…) appartenuta al matematico Cacioppoli, morto suicida (insomma una storia da Cappello del prete, con fantasma di Coriolano di Santa Fusca e di Don Cirillo). Lui era un gigante buono, dal nome di Nicola Incisetto, amante di ogni opera “creativa”, ma soprattutto dell’arte arrischiante, come diceva Heidegger, quella che ha a che fare con la follia inventiva e sperimentale e non con l’onesta decorazione. Piano terra, officina, falegnameria, dove prendevano corpo le opere, in presenza degli autori, con artigiani, autentici figli della tecnica della trasformazione del mercurio in oro. Soprattutto due, di cui ricordo un solo nome, Salvatore, che armeggiavano dalla mattina alla sera, con tutti i materiali possibili e immaginabili. Lui, Nicola, al piano superiore, in un grande salone pieno di opere, un’immensa cucina, tutta tappezzata di opere d’arte. Una minuscola stanza (con bagno) per gli ospiti (tra i più frequenti, negli ultimi anni, io e Vettor Pisani) e poi la sua, sempre piccola, con letto sempre disfatto e sancta sanctorum, del suo immenso archivio. Giritiello, era il cuoco, capace di cucinare per trentasei ore su ventiquattro, i proventi di un vasto giardino, tramutato in orto delle primizie, in mano a Flavio, misterioso friulano di Napoli, che ogni giorno inventava qualcosa. Poi c’era Giovanni factotum, grande giocatore di carte, che sul quaderno del dare e dell’avere, aveva milioni di lire per vincite a briscola e che faceva di tutto (senza riuscirci) per perdere partire, per non irritare Nicola, che lo accusava di ogni imbroglio.
A pranzo, immancabili, il critico Arcangelo Izzo e il professor Orabona, eleganti e gran gustatori della cucina di Giritiello; presenze saltuarie, ma attive, quelle di Carmine Rezzuti e Quintino Scolavino, raffinati artisti e visionari straordinari. I nomi e le opere erano da capogiro, da Duchamp a Dennys Oppenheim, George Breckt, Wagner K, Hidetoschi Nagasawa, di cui c’era un monumentale tavolo di porfido, una volta di canne d’argento intrecciate, Vettor Pisani, come se piovesse, tanti Dragomirescu e Dadamaino, Cotani e mi fermo, che potrei continuare all’infinito, con Michele Zaza, Nicola Carrino, Franco Ciuti. Migliaia di opere, tra cui sculture di Patrizia Guerresi e un enorme quadro di Liliana Malta, accanto e attorno a cui, la mano splendida di Crescenzio Del Vecchio Berlingeri, con tufo di caffè e matita sgommata, aveva provveduto ad arabescare, un atlante di comicità, alla Pulcinella (Pullecenella) e Totò (Principe de Curtis) sulle vaiassate dei vicoli, ma anche sulle raffinatezze del barocco napoletano. Dimentico qualcuno, ma non voglio, la mitica e bellissima Adriana Bucciano, vera competente, collezionista, gallerista, paragonabile a Marisa Del Re, collaboratrice di Ileana Sonnabend, il cui equilibrio faceva stare all’impiedi il “Circo Framart”. Il nome di Nicola Incisetto, resterà nella memoria di un grande un grande imprenditore, nell’era insostituibile dei Morra, Rumma, Trisorio, a cui si sono aggiunti, Artiaco, Raucci e Santamaria, Scognamiglio e Teano, Cicelyn, Solito. Di Incisetto, un lungo susseguirsi di mostre, cataloghi, fiere, monografie, in un tempo accelerato, in cui tutto il bello e il sublime, poteva accadere. Dimenticavo, per lungo tempo, nel campo incolto, dove giacevano sculture su sculture, invase da rampicanti, c’era un leone, in gabbia. E avrei voluto vedere che non ci fosse. Incarnava la sua forza e la sua passione. Io ero “chicchirichì”.
KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO