É morto da qualche anno, 2006, ma la sua attualità
è fantastica, graffiante, sia dal punto di vista delle cose fatte, che da quello delle teoriche e speculative. Insomma, immerso fino in fondo nella modernità fluida, tendente sempre più alla liquidità, il suo fare è sempre stato connesso strettamente col pensare, in quanto, per lui, la gestualità non è mai automatismo, ma sgrammaticatura programmata, che è quella che lo porta all’elogio dello scarabocchio, inteso come strumento di analisi di sé e degli altri, quindi alla concezione di una forma liberatoria, di inibizioni, di frustrazioni, divenienti così uno strumento sui generis di terapia mentale. Perché, sosteneva che, se l’arte può ammalare, come testimoniato dalla sindrome di Stendhal, essa può anche guarire, dando così origine ai tanti percorsi sperimentali, formativi e attuativi di “arte terapia”, che, anche a mio avviso, devono essere maggiormente culturalizzati con una specificità psicologica, di quella che lui chiamava psiconologia, una scienza tutta da scrivere e sistematizzare, in quegli ambiti in cui il disagio mentale sia frutto di solitudine, di sindrome saturnina e non dovuto a fattori distorcenti e patologici dell’apparato celebrale, che è il luogo dove si situa la mente. L’incipit in questo campo aperto, di Nato Frascà, è una sintesi mirabile di invenzione e scoperta, in cui la manualità è l’espressione facturale di una complessità, a vari gradi di fisiologia, a vari gradi di patologia, con un confine mobile e poroso,
di reciproca scambievolezza, in andata e ritorno.

Nel 1962, scrive, con Nicola Carrino, Gastone Biggi, Achille Pace, Ninì Santoro, Giuseppe Uncini, il manifesto del Gruppo Uno, di cui G.C. Argan, dice: “Questi sei pittori non si sono raggruppati intorno a un programma, ma ad una direzione di ricerca, di verifica, di sperimentazione, per situazioni, valori, sviluppi”. E lo stesso Frascà aggiunge: “…non eravamo tesi ad una escalation di tipo professionale
o entro ristretti cerchi culturali, ma proponevamo, quasi dionisiacamente e gioiosamente una funzione sinergica, fra linguaggi artistici e vita, di esistenza… in un flusso che cercava di versare continuamente energie nuove nei vecchi contenitori di matrice storicistica, per tentare di dissolverne le pareti divisorie e trasformarli in vasi comunicanti”. Parole profetiche, lette oggi, in questo oggi che vede tutto messo insieme a coagulare (alla Parmenide) oppure scorrere (alla Eraclito): simultaneamente. E che dire della sua pittura e della sua scultura, senza subirne il fascino giocoso ed esaltante; un modo per mettere in relazione comunicante, la sua voglia di esprimere, che lo portò anche al cinema e al teatro, sostenendo l’unità di fondo delle espressioni artistiche, che solo in superficie fenomenica, si dividono e si articolano, mentre tutte scaturiscono dalla stessa fonte musicale, che è dell’universo, ma che è di tutti noi, che di esso facciamo parte, con le singolarità, che sono le preziose vie, dell’uno, del tutto.

KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO