La proposta dell’opera di uno dei max maestri del design, del secolo scorso e per noi, di tutta attualità, ancora. Trecentocinquanta opere. Oggetti, disegni, arredi, prototipi. Allestimento curato da Morris Adjani, dello Studio Rossi di New York. Insomma, una bella occasione, per leggere (o rileggere) l’opera poliedrica e complessa, acclamata e contraddetta, di uno degli artefici del post-moderno, caratterizzato, per il ri-design, per la ri-definizione, per la ri-progettazione; cioè del tentativo affascinante, anche se non per tutti convincente, di dare al presente, di dare al futuro, un cuore antico, con un andare avanti, anche deciso, ma senza lasciare il passato ad una inevitabile morte. Naturalmente, non tutto il passato è, nella mente di Aldo Rossi, vivo e vegeto, ma solo quello che, di volta in volta, sollecita il desiderio, la fantasia, la possibilità di connettere i lasciti della memoria, con l’attualità tritatutto di oggi.

Proposito del Teatro del Mondo, presentato alla Biennale di Venezia, del 1980, è quello di proseguire tutto un itinerario inventivo, che poi lo vede nella Cabina dell’Elba o nel Tea Coffee, confortato dai suoi prototipi formali del cono e dell’ottagono, che lo guidano nel suo peregrinare, dal grande (urbanistica e architettura) al piccolo (caffettiera o oggetti d’uso), in una circolarità, che è la sua personalità, la sua psicologia, dall’ufficiale e relazionale, all’intimo e psicologico, nella fenomenica culturale del consumarsi della vertigine del modernismo, ricoverato in una continuità dinamica, piuttosto che in una discontinuità, che ogni volta deve cominciare da zero, utilizzando tutto ciò che è di nuovo contemporaneo, capace di nuova e verde giovinezza.

KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO