KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO

Klessidra | Incisetto. Arte. Leone

Incipit. Il nome della galleria (deposito/galleria, per meglio dire) giustamente altisonante, “Framart Studio”, dopo essere stato più sommessamente “Studio Incisetto Numerico”, sito in un fascinoso e decadente ex ospedale psichiatrico, adiacente ad una villa abbandonata e inquietante, che si diceva (ma chissà…) appartenuta al matematico Cacioppoli, morto suicida (insomma una storia da Cappello del prete, con fantasma di Coriolano di Santa Fusca e di Don Cirillo)

Klessidra | Giovanni Leto. Officina di un re, Mida!

C’è stato un tempo, in cui si diceva, quasi fosse una mannaia, ormai! Continuando con, ormai, siamo oltre il quadro, ormai siamo oltre la pittura, ormai tutto è concettuale (mentre Pino Pinelli affermava: pittura pittura), gestuale teatrale, tutt’altro che visivamente puro. Di questo non può dolersi nessuno, a patto che allo schematico ormai, si sostituisca un anche

Klessidra | Paciotti. Eleganza. Inarrivabile.

Oggi, tredici ottobre 2025, è morto Cesare Paciotti. Paragonarlo ad altri calzaturieri è impossibile. La sua smisurata eleganza ideativa, la sua assoluta mancanza di schemi prevedibili, portava allo sbalordimento, ogni volta e ogni volta sempre di più. In una scalarità interminabile, fino ad oggi. Si parla di improvviso malore e morte. Forse se la era immaginata, proprio così, ma questa non ci esime da dolore e da un immenso dispiacere

Klessidra | Nato Frascà. La forma. L’informe.

É morto da qualche anno, 2006, ma la sua attualità è fantastica, graffiante, sia dal punto di vista delle cose fatte, che da quello delle teoriche e speculative. Insomma, immerso fino in fondo nella modernità fluida, tendente sempre più alla liquidità, il suo fare è sempre stato connesso strettamente col pensare, in quanto, per lui, la gestualità non è mai automatismo, ma sgrammaticatura programmata, che è quella che lo porta all’elogio dello scarabocchio, inteso come strumento di analisi di sé e degli altri, quindi alla concezione di una forma liberatoria, di inibizioni, di frustrazioni, divenienti così uno strumento sui generis di terapia mentale. Perché, sosteneva che, se l’arte può ammalare, come testimoniato dalla sindrome di Stendhal, essa può anche guarire, dando così origine ai tanti percorsi sperimentali, formativi e attuativi di “arte terapia”, che, anche a mio avviso, devono essere maggiormente culturalizzati con una specificità psicologica, di quella che lui chiamava psiconologia, una scienza tutta da scrivere e sistematizzare, in quegli ambiti in cui il disagio mentale sia frutto di solitudine, di sindrome saturnina e non dovuto a fattori distorcenti e patologici dell’apparato celebrale, che è il luogo dove si situa la mente. L’incipit in questo campo aperto, di Nato Frascà, è una sintesi mirabile di invenzione e scoperta, in cui la manualità è l’espressione facturale di una complessità, a vari gradi di fisiologia, a vari gradi di patologia, con un confine mobile e poroso, di reciproca scambievolezza, in andata e ritorno