Ebbi a conoscere Renato Mambor, molti anni fa, ma la sua fama mi era nota, si può dire, da sempre, da quando ho cominciato a seguire e frequentare gli amici di Piazza del Popolo, Tano Festa dell’era dei coriandoli, che gli vidi schizzare nel vano posteriore dello Studio Soligo, Angeli che mi dedicò una carta augurale, Schifano in studio per le sue opere mediatiche, fotografando televisori, perennemente accesi. Di Festa e Angeli ho avuto modo di curare due grandi mostre ad Aosta, subito dopo la loro morte. Venne poi il mio Destini Incrociati edito da Sellerio che mi procurò un grande elogio di Mario Schifano, per averlo storicizzato con Angeli e Festa.
La mia prima visita chez Mambor, fu per me un evento tra le opere sapienziali di questo uomo etereo, buddista, raffinato, che mi portò ad una lunga frequentazione, con la pubblicazione di Osservatore.

Anni Novanta, nel 2002 a Palermo e poi avanti fino alla sua scomparsa. Oggi, viene riproposto a Cassino dagli amici Boni e Spatafora, in una mostra che conferma la sua cifra stilistica, la sua identità di artista a tutto tondo, di inventore, di scopritore. In tutti i suoi passaggi, nella differenza e nella trasformazione, che ne fanno un attraversatore consapevole di temporalità e spazialità, l’elemento costante è la leggerezza, la luminosità la sua costante disegnativa, per cui è come se si tracciasse un grande alfabeto, non arcano, non inconoscibile, ma maieutico, attrattivo, seducente, che fa della sua anomalia pop, un fatto fenomenico, mentre per lui è sempre tempo di studiare, analizzare, entrare nella segretezza, per renderla implacabile, noetica.

KLESSIDRA | A CURA DI FRANCESCO GALLO MAZZEO

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